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Nel ricchissimo programma di Cannes 2016 trova spazio un’altra surreale commedia – dopo Toni Erdmann – surreale e iconoclasta, Ma Loute del francese Bruno Dumont, che dopo il delizioso P’tit Quinquin di tre anni fa decide di rimanere fedele ad un tono – grottesco – che non aveva mai frequentato nei precedenti vent’anni di carriera.

Lo scenario è la Côte d’Opale, sulla Manica, nel 1910, agli sgoccioli della Belle Epoque. Ci sono due famiglie. La prima, i Van Peteghem, ricchi borghesi, affettati e vacui ma soprattutto deformati, nel corpo e nel pensiero, da decenni di accoppiamenti tra consanguinei, perché, come ricorda il capofamiglia André, nel capitalismo si usa così. La seconda, i Berfort, pescatori poveri e ruvidi, scolpiti nel volto e nei modi, quasi fossero usciti da un quadro di Courbet. Emblematici i due rampolli: per i Van Peteghem c’è Billie, fanciullo che si veste da ragazza (o forse il contrario, fanciulla che si veste da uomo, chi può dirlo), figlio di un in incesto fra i tanti della prestigiosa famiglia. Dall’altra parte, il Ma Loute del titolo, rozzo, istintivo e animalesco. Tra i due, per qualche tempo, sembra poter nascere una storia d’amore, che finisce ancor prima di nascere. In mezzo, un improbabile ispettore obeso indaga, insieme al suo assistente, sulle misteriose sparizioni di alcuni borghesi in vacanza.

Dumont distrugge tutto e tutti e stavolta la Grazia – grande protagonista del predecessore di Ma Loute – non scende, provvidenziale, sui personaggi e nemmeno quando li fa volare (letteralmente) sopra le imponenti scogliere essi abbandonano il loro posto tragicomico nel mondo.

Con il suo ultimo lavoro, Dumont ci dà la sua versione della lotta di classe, una contrapposizione feroce e ‘cannibalesca’ (anche in questo caso, letteralmente) in cui sfumano differenze e coordinate abitualmente usate per leggere il mondo. L’ironia del regista francese non risparmia nemmeno i suoi divi: Luchini e la Binoche vengono spinti talmente sopra le righe da risultare caricature di se stessi, in una ghignante farsa metatestuale.
Del resto, questa galleria di mostri un po’ divi e di divi mostruosi, ci dice Albert (Luchini), non è altro che il capitalismo.

CANNES 2016 // Concorso: Ma Loute, di Bruno Dumont
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“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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