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È uscito le scorse settimane Bohemian Rhapsody e Rumori Fuori Scena lo ha già presentato e commentato raccogliendo tanti commenti positivi. Cosa altro dire sul film e su Freddie Mercury quindi? Tanto! Soprattutto da parte di chi lo ha amato disperatamente, ritenendolo uno dei grandi di sempre e che può provare a fare una analisi più a freddo sui diversi motivi del successo del film.

Un breve passo indietro. La storia inizia il giorno del Live aid (il 13 luglio 1985 a Wembley, Londra) e finisce lo stesso giorno con una esibizione che ha segnato la storia della musica. In mezzo c’è la storia di Farrokh Bulsara che prima di diventare Freddie Mercury scala il suo destino prima che diventi eccezionale. Contrastato dal padre, che lo vorrebbe ligio alle tradizioni e alle origini Parsi, vive e lavora nella sterminata periferia londinese. Nelle pause lavorative Farrokh scrive musica con la determinazione di chi vuole farcela a tutti costi. Ma solo l’incontro con il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor, che lo ingaggiano per le sue doti vocali e la sua carica magnetica, da’ inizio ad un’avventura che porterà lui e il gruppo nell’empireo della musica.

Il film è tutto qui direte voi? Si, ma è proprio il consueto percorso dei biopic musicali (il “viaggio dell’eroe” ovvero: infanzia disagiata, trauma scatenante, ascesa con uno dei più classici prezzi da pagare come la tossicodipendenza, la caduta e la redenzione) ad essere la chiave per un racconto affascinante fatto di tanti risvolti da raccontare.

Innanzitutto l’amore per la musica che traspare, ancora prima dei titoli, con una chicca ormai consueta nei film della 20th Century Fox. Infatti la sigla che accompagna il celebre logo della major questa volta è interpretata dalla chitarra distorta di Brian May che segna fin da subito il territorio rock di questa pellicola. E questa prima sorpresa è solo l’inizio di una serie di aneddoti e citazioni da mandare in solluchero non solo i fan della band. La prima è quella in cui in studio davanti al mixer viene studiata la possibilità di far passare da un canale all’altro i cori di Bohemian RhapsodyA noi che a fine anni ‘70 ascoltammo per la prima volta questo effetto il risultato fu sorprendente ed è molto interessante vedere come venne congeniato: con la curiosità e la voglia di sperimentare di quattro innamorati di ogni cosa potesse essere musica. Bello e trascinante anche quando partendo dalla volontà di coinvolgere ancora di più il pubblico Roger propone ai tre, e alle rispettive ragazze, un effetto nuovo: due battute di piede seguite da un battito di mani. Così, in modo semplice e spontaneo quasi giocando con i rumori, nasce la base di We will rock you e un modo di coinvolgere il pubblico ai concerti che da quel giorno non sono stati più gli stessi. Ultimo il celebre giro di basso di John inventato per porre una grande domanda al gruppo: i Queen possono essere anche disco in anni, come gli ‘80, dove quella musica era esplosa? E come farli a modo loro? La risposta fu Another one bites the dust un grandissimo pezzo che confermò che dove c’è talento non è impossibile fare disco d’autore.

Un’altro elemento di valore del film è come le canzoni scandiscono i momenti della storia. La scelta infatti non è solo cronologica ma funzionale ad un racconto di crescita. Somebody to love per esempio apre il film per sottolineare non solo il talento di Freddie ma anche la parabola di un uomo unico, fatto di emozioni e contraddizioni da amare a prescindere, come lui canta di qualcuno. Dopo la già citata Bohemian Rhapsody che descrive l’attitudine sperimentale e coraggiosa della band, Now I’m here, suonata all’Hammersmith Odeon, descrive la carica esplosiva e innovativa dei quattro sul palco proponendo una formula di concerto mai vista prima. Crazy lite thing called love segna i primi turbamenti di Freddie e Love of my life la sua storia di amore assoluto che si trasformerà nell’amicizia di una vita. E via così passando per I want to break free e Under pressure che accompagnano le immagini della vita sfrenata di Freddie fino alla meravigliosa Who wants to live forever che, scritta per accompagnare la parabola del film Highlander, segna qui il contrappasso di una vita che nel caso di Freddie finirà prematuramente. Per finire, dopo i cinque pezzi del Live Aid concluso con una trionfale We are the champions, due brani che segnano un percorso che continuerà anche dopo la morte imminente e l’impronta indelebile di Freddie nella vita di tanti di noi: Don’t stop me now e The show must go on sui titoli di coda di una storia unica ed incredibile come il suo protagonista.

E su questo aspetto le mie ultime riflessioni. Rami Malek ha costruito il personaggio in modo incredibile. La sua interpretazione infatti è straordinaria tanto da far dimenticare dopo pochi minuti che c’è un attore sullo schermo e non proprio Freddie. Le sue movenze e le sue espressioni, frutto di diversi mesi di studio inizialmente a sue spese, sono perfette e trasmettono in modo autentico la carica e il carisma di chi, oltre all’indiscussa qualità musicale, sapeva prendere per mano e far volare il pubblico con il suo solo esserci. Anche lontano dal palco Malek è convincente e vero nel racconto della storia d’amore con Mary (definita da Freddie “la sua moglie di fatto”) e di come i due si sono aiutati e spalleggiati nel raggiungere i reciproci obiettivi.

Rami Malek riesce quindi nell’impossibile ovvero rappresentare l’assoluto e l’icona che Mercury ha rappresentato (un compositore, un pianista, un cantante, un tenore, un artista vero insomma) in grado di creare ogni cosa e di crearsi ogni giorno.

E non credo che l’interpretazione “si schianti contro un mito inarrivabile” come hanno scritto alcuni critici che non hanno proprio capito la forza del film e soprattutto che questo è un film. Malek è insuperabile a sparire dentro il mito, rinascendo quasi in lui e lasciandoci godere di tutte le sue sfaccettature. Sento insomma profumo di Oscar anche se forse l’Academy questo coraggio non l’avrà. Ma l’Oscar del pubblico e il mio personale l’ha già conquistato!

BOHEMIAN RHAPSODY: IL GRANDE SCHERMO NON È TROPPO PICCOLO PER FREDDIE MERCURY
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Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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