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Può esaurirsi il fuoco dell’amore di un padre nei confronti del figlio? Non deve forse egli rappresentare un messaggio di continua speranza, testimonianza di realizzazione, un No al desiderio di morte? 

I film che trattano il tema dell’abuso di droghe non sono sicuramente pochi. Molti i punti di vista messi in scena nel corso degli anni sull’argomento, tra drammi esistenziali e vizi distruttivi, critiche più o meno velate fino ad esaltarne le qualità evasive dal reale o scandagliarne i motivi scatenanti. Beautiful Boy, film prodotto da Plan B Entertainment – Società di produzione di Brad Pitt, Dede Gardner e Jeremy Kleiner- ha invece affrontato l’argomento da un punto di vista del tutto diverso. 

Diretto da Felix Van Groeningen, regista belga che ha ricevuto una nomination agli Oscar nel 2014 per Alabama Monroe – Una storia d’amore, la pellicola ripercorre la vicenda realmente vissuta dalla famiglia Sheff. 

David Sheff è un giornalista americano di successo, ha collaborato con importanti testate quali il New York Times o Rolling Stone, che lavora e vive  vicino San Francisco in una splendida casa immersa nel verde, lungo la costa pacifica. Interpretato da un magnifico Steve Carell, è padre di Nicholas, il giovane e  altrettanto sensazionale Timothée Chalamet. Nic è un ragazzo di appena 18 anni che, attraversato da una profonda insoddisfazione per la vita, cade nel baratro della dipendenza da sostanze stupefacenti.
Per nulla assente o restrittivo, lontano dall’immagine del padre padrone che rende al figlio la vita insostenibile o ne nega la realizzazione, David ha con Nic un legame che trascende la semplice appartenenza a uno stesso nucleo famigliare, sfocia in sincera amicizia e disponibilità incondizionata. Sin da subito ci viene presentata una figura genuinamente buona, moderna, che lavora incessantemente per dare al figlio la possibilità di emergere, desideroso di guadagnarne la stima. I costanti flashback che ci riportano a quando Nic era bambino pongono in essere una fitta rete di aneddoti, utili a definire un rapporto avvolto da una felicità quasi irreale, tanto da rendere difficile l’accettazione della tristezza che, alcuni anni dopo, spingerà Nicholas al consumo di droghe. 

Che nella vita reale quello tra David e Nic sia un legame molto forte ce lo conferma lo stesso regista, il quale ha intessuto con loro rapporti stretti durati anni, lungo tutta la genesi del film. “Sono cresciuto in una famiglia molto diversa” ha affermato il regista “ma riesco a relazionarmi benissimo all’affetto che esiste fra loro. Sono rimasto conquistato dalla loro bella famiglia, che viene messa alla prova tanto duramente, e dal loro sostegno reciproco.”

Film sull’abuso di droghe, quindi, ma non solo. La vicenda viene presentata da una duplice inquadratura, mutuata da una duplice fonte letteraria: questo è l’apporto davvero innovativo della pellicola.

Il film, infatti, si basa su due libri autobiografici, scritti da David e da Nic, sulle esperienze vissute nell’arco di diversi anni, i quali intrecciano le loro visioni, scoprendo il punto di vista dell’altro, regalando un quadro completo, reale, della vicenda. I due libri, Beautiful Boy: a Father’s Journey Through His Son’s Addiction di David Sheff e Tweak: Growing Up on Methamphetamines, scritto da Nicholas, sono diventati due bestseller, hanno spopolato in America, uno stato in cui la prima causa di decessi dei ragazzi sotto i 25 anni è per overdose. 

La macchina da presa di Felix van Groeningen ha quindi lavorato su due diverse sfaccettature di una stessa storia, ponendo in essere il dramma di un ragazzo che sprofonda nella dipendenza da metanfetamina, la sua lotta per uscire dal tunnel, tra centri di recupero e sconfitte, ma anche – e questo è un racconto innovativo e sconvolgente – il dramma di un padre che vede l’incapacità del figlio di prendere in mano la sua vita, il dolore di non riuscire ad aiutarlo concretamente. É un amore puro quello di David Sheff che lo spingerà a tentare ogni via, quelle della comprensione, dell’immedesimazione, della repulsione, del coraggioso “no” difronte a certe richieste di Nic. 

È una figura che ci dimostra che la figura di un padre deve essere testimonianza per il figlio, un sostegno in una vita che pone le domande più angosciose. David sarà inesauribile per Nic. 

È ammirevole la capacità di sviluppare una vicenda di così ampio respiro cronologico, che copre diversi anni, in un ciclo di miglioramenti e ricadute che sembra quasi non spezzarsi mai, in grado di avvilire le forze dello stesso spettatore: la regia trasporta il pubblico dentro la vicenda, facendo provare quasi personalmente il dolore dei personaggi, attraverso la comprensione del punto di vista di ognuno.

Il linguaggio nitido del regista procede a intessere una grande trama di esperienze diverse. Nel continuo intreccio temporale sono esposte scene dal grande impatto simbolico: in un momento in cui David e un Nic dodicenne (stavolta interpretato da Jack Dylan Grazer) stanno facendo surf in un mare agitato, il padre perde di vista il figlio. David, preoccupato, scruta incessantemente tra le onde: momenti di attesa e trepidazione con un’efficiente inquadratura da sotto in su si innescano per poi culminare nel ritrovamento di Nic nel mezzo di un’onda, agile in piedi sulla tavola. Tutto diventa paradigmatico dell’intera vicenda. 

L’assenza di pregiudizi è la nota più importante del film. La credenza spesso diffusa che la droga sia di appannaggio quasi esclusivo di classi sociali dal forte disagio economico o dalla scarsa cultura è ribaltato entro una dimensione molto più sincera, in cui la dipendenza da droga è una malattia democratica, senza ceto. Nicholas diventa quindi il potenziale membro di qualsiasi famiglia, il figlio che tutti possiamo avere, mentre David diventa il modello di un genitore che non vuole accettare il malessere del figlio. 

“Beautiful boy”: quando un legame è indissolubile
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“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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