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Dalla doppia regia di Valerie Faris e Jonathan Dayton (li ricordiamo insieme per il pluripremiato Little Miss Sunshine), questa settimana uscirà nelle sale italiane La battaglia dei sessi, presentato al Toronto Film Festival.

Il film prende il titolo da un episodio sportivo che ha fatto non solo un pezzo della storia del tennis, ma un pezzo di storia dell’umanità, contribuendo a reclamare la parità dei sessi in ambito sportivo.

6-4, 6-3, 6-3. Questo il punteggio con cui il 20 settembre 1973 Billie Jean King, campionessa mondiale dichiaratamente femminista, batté a Houston Bobby Riggs, ex campione del mondo e convinto maschilista, in quello che fu uno dei match di tennis più attesi di sempre. Una femmina contro un maschio, 30.000 spettatori presenti e circa 60 milioni di telespettatori da tutto il mondo.

Nonostante voglia nascere come un prodotto indipendente,  La battaglia dei sessi ha tutte le caratteristiche della commedia holliwoodiana, adatto ad un pubblico mainstream.

Ne esce comunque una pellicola frizzante e delicata, interpretata dai sempre rassicuranti Emma Stone e Steve Carell, già visti insieme in Crazy Stupid Love (commedia romantica di tutto rispetto, by the way) e che anche in questo caso funzionano e tengono viva l’attenzione. Il film si basa sul costante incrocio tra due filoni, da una parte il tennis professionistico e dall’altra la lotta per la parità dei sessi, fino a sfociare nello scontro finale tra i due protagonisti.

In realtà, tutto questo fa solo da sottofondo. La tematica sociale non viene veramente approfondita, per lasciare invece spazio alle battaglie personali che i due tennisti si trovano a combattere fuori dal campo.

Lui, ormai cinquantenne e scommettitore seriale, deve fare i conti con la sua dipendenza da gioco, in cui si butta per fare fronte a una vita ormai lontana dalla gloria del passato. L’interpretazione di Steve Carell fa in modo che il suo personaggio, nonostante incarni uno sciovinista sfegatato (un maiale come si definisce lui stesso), finisca in realtà per risultare simpatico allo spettatore, strappando nel corso del film più di una risata.

Emma Stone non è da meno. Riesce in maniera delicata ma precisa a calarsi nei panni di una donna all’avanguardia, sposata da anni con un compagno di università ma innamorata di una ragazza, che si ritrova a soli trent’anni a fare da portavoce del movimento femminista in un’America ancora assolutamente tradizionalista. Molto dolce la storia d’amore tra lei e la sua parrucchiera, ben raccontata, fatta di timidi sguardi e prime esperienze. Un amore che la metterà in crisi in quanto diverso, difficile da gestire proprio perché sbocciato in un momento in cui i riflettori di tutto il mondo sono puntati su di lei.

La sceneggiatura è fresca e lineare, mai sopra le righe o sotto tono. Affronta temi socialmente delicati come la dipendenza, la discriminazione sessuale o l’omosessualità con grande semplicità, rendendo la visione scorrevole e decisamente piacevole.

Come in Little Miss Sunshine, il film è inoltre scandito da una colonna sonora assolutamente azzeccata. Lo si percepisce fin dalle primissime scene, in cui veniamo accompagnati nella finale di US Open femminile del 1972 dalle bellissime note di un pianoforte. Alle musiche originali composte da Nicholas Britell (la cui bravura si era già potuta apprezzare in Moonlight e ne La grande scommessa) si alternano brani intramontabili di Elton John e George Harrison, contribuendo insieme ai costumi (ben curati) a ricreare un’atmosfera anni ’70 piuttosto realistica.

Approvato!

#ANTEPRIMA: “La battaglia dei sessi”
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Giurista di formazione ma scrittrice di indole, ha un Master in Giornalismo e una forte passione per tutto ciò che sia in grado di provocare riflessioni e cogliere le sfumature più delicate, arte cinematografica in primis. Considera Wes Anderson e Terrence Malick le pietre miliari del suo amore per il cinema.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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