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Importante sgomberare velocemente il campo con una prima, utile considerazione: A star is born, esordio alla regia di Bradley Cooper, non è un gran film. Ma è un gran film.

 

Follia? Non proprio. Semmai è il caso di definirla, provocatoriamente (sic!) ingratitudine. Sì, perché per comprendere appieno il primo film del divo Cooper occorre dimenticare tutto quello che è stato È nata una stella prima del 2018, ovvero le due versioni di George Cukor – il folgorante, geometrico musical con Judy Garland del 1954 quella apocrifa e invero generativa, A che prezzo Hollywood?, del 1932, che avrebbe ispirato cinque anni dopo il primo A star is born, diretto da William A. Wellman, con la storia dell’ambiziosa ma sfortunata smalltown girl che sogna Hollywood, incontra l’uomo dei suoi sogni (che nelle differenti versioni, ivi inclusa quella con il duo Streisand-Kristofferson del 1976, è un regista, o un attore, o un rocker) che, in pieno declino, finisce per suicidarsi dopo averla guidata in un percorso costellato di fama e gloria imperitura.

Bradley Cooper è uno che come interprete di storie a stelle e strisce ne ha masticate a sufficienza – da Il lato positivo ad American Sniper, due titoli da ricordare, più che per il valore in sé, per l’impatto che hanno generato nel raccontare incongruenze, contraddizioni e semi-disgrazie proprie delle genti d’America.

Il giro di boa, però, avviene con A star is born; delle opere precedenti, cui è debitore soprattutto nei confronti della versione di Pierson del ’76, Cooper estrae poche ma significative cerniere, preferendo concedersi una riflessione allargata su stardom, compromesso e delusioni piuttosto che sulla frustrazione del personaggio maschile nei confronti del successo della compagna.

Il declino della sua leggenda del rock, per Cooper, è un banco da prove non indifferente: l’attore, che si misura anche con la scrittura dei brani della colonna sonora, si impegna a cristallizzare tutte le sfumature del personaggio tormentato, con una precisione talmente ricercata da sconfinare nella maniera.

Nel volere a tutti i costi fornire dimostrazione del suo talento, Cooper si spinge anche come regista, ma non a livello di sensibilità e coraggio: la mira è quella di non “macchiare” troppo e quindi, perlomeno sulla carta, l’attore dirige il suo primo film lottando strenuamente per evitare qualsiasi forma di sbavatura.Inquadrature, struttura e lavoro sui caratteri, in perfetto equilibrio tra omaggi, didascalismi e un’estetica così pulita da aggirarsi in terreno filmato corporate, si fondono tra loro generando un’alchimia estremamente rassicurante, un principio di medietà spacciata per grandeur, dote che lo avvicina a termini come “gusto” e “trend” (basta vedere i dati al botteghino per confermare tale illazione…).

E poi, manco a dirlo, c’è lei. La sacrosanta sporcatura. La macchia che salva A star is born dal rivelarsi l’ennesima considerazione salace quanto basta su come la fama ti fotta il destino. Un’imputata di nome Lady Gaga: la sua Ally, cameriera che grazie a una rockstar trasforma la sua vita per poi mantenere il successo ma perdere l’amore, è il nervo scoperto del film, la carne in grado di tremare e produrre energia.

Gaga, al secolo Stefani Germanotta, è una pop star generosa; un’artista che ama sperimentare, una voce robusta e potente che ha saputo prestarsi alla leggerezza, riuscendo tuttavia a raccontare la sua estrema sensibilità scrivendo ballad meravigliose e suonando il pianoforte con incredibile maestria.

 

A star is born è soltanto il suo viso imperfetto, la sua declamata inadeguatezza, il suo sentirsi fuori posto riuscendo a sorprendere al contempo di incredibile pertinenza. Non sarà un’attrice rodata – sebbene questa non sia la sua prima esperienza davanti alla macchina da presa – ma il finale, con lei che canta I’ll never love again per l’uomo che non ha più, non si dimentica facilmente.

A star is born: l’imperfetta Lady Gaga brilla di luce propria
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“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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