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Tempo di Lettura: 6 minuti

LA NAVE SEPOLTA  [Voto:7,5]

Nel 1939, in un’Inghilterra alle porte della Seconda Guerra Mondiale, viene ritrovata nelle campagne del Suffolk una nave funeraria risalente al regno anglosassone: gli scavi di Sutton Hoo furono una rivelazione incredibile in campo archeologico, perchè gettarono luce su pagine fino ad allora oscure della storia britannica. Nella prima metà del film lo scavatore Basil (Ralph Fiennes) scandisce letteralmente il ritmo delle scene, con un crescente senso di attesa per l’imminente ritrovamento, sotto gli occhi vigili della committente Edith (Carey Mulligan). Con le prime scoperte, l’attenzione pubblica comincia a crescere e il gruppo di lavoro si allarga. Solo nella seconda metà il film rivela le sue vere ambizioni, approfondendo il passato dei personaggi, le paure e i traumi, giungendo alla conclusione che il legame con il tempo è l’elemento comune. Edith, rimasta vedova e sola con il figlio Robert, deve affrontare la propria malattia e la paura di lasciare il figlio solo; Basil, che vive per il suo lavoro e perché “le nuove generazioni conoscano le proprie radici”, combatte la paura di essere il classico nome dimenticato dalle pagine della storia. Con un continuo parallelo tra le micro-vicende dei personaggi e le macro-vicende di un paese destinato alla distruzione delle bombe, emerge la rassicurante idea di un “Tempo della Storia” che ci unisce tutti e che ci guida come una stella polare. La speranza di essere ricordati, di lasciare una traccia materiale del proprio passaggio sulla terra, è vana. E se non è possibile affidarsi per sempre a un angelo custode, disposto ad affrontare il percorso insieme a noi, ci si può sempre affidare alla Storia, alla sua rassicurante e instancabile eternità.

L’ULTIMO PARADISO  [Voto:6]

C’è un dettaglio preciso che un film come L’Ultimo Paradiso non doveva sbagliare e in effetti ha centrato, ossia il legame con la terra. Ambientato negli anni ’50 in un sud Italia rurale e governato da piccoli e perfidi latifondisti, il film si prende circa quaranta minuti all’inizio per introdurre i personaggi e il territorio, per mostrare il sudore e la fatica di una vita a contatto con la terra e i campi. Una realtà sociale che già conosciamo, fatta di schieramenti contrapposti e continue liti, in cui si inserisce il protagonista Ciccio (Riccardo Scamarcio): donnaiolo, idealista e sognatore, contraddittorio nel voler sanare i conflitti restituendo il potere ai contadini e allo stesso tempo seguire l’impulso di fare le valigie e scappare. È però nella seconda metà che il film svela le sue reali ambizioni: dopo un notevolissimo colpo di scena (quasi uno shock per il cinema italiano, che coraggio!), entra in scena un nuovo personaggio, emigrato al Nord per far carriera ma con il pensiero rivolto a casa e a quelle terre impossibili da dimenticare. Si passa a una dimensione molto meno realistica e più lirica e simbolica, cala volutamente il ritmo, fino a un finale “corale” ai limiti dell’invedibile. Troppa ambizione forse, perché il tema del legame inscindibile degli immigrati al Nord con le loro terre d’origine è davvero delicato, si rischia il paragone con semi-capolavori come “Così Ridevano” di Gianni Amelio, o con tutto il cinema di Crialese. Scamarcio, qui in veste di attore, co-sceneggiatore e produttore, continua il suo ammirevole percorso di crescita: è ora di finirla con i pregiudizi, sono ormai decenni che l’attore pugliese si è costruito una credibilità artistica. Qui si cimenta addirittura con un doppio ruolo, si fa schiacciare dalle fallite ambizioni del film sul finale, ma è sempre credibile. Ottimi i comprimari, in primis Antonio Gerardi, un autentico villain davvero ributtante.

MALCOLM & MARIE  [Voto:7]

Malcolm & Marie è decisamente l’idea di cinema più interessante vista in quest’inizio di 2021, un progetto folle e ambizioso: un film fatto interamente di dialoghi (o meglio di un unico, sfiancante litigio), con solamente due attori in scena per quasi due ore, girato in bianco e nero e tutto nello stesso ambiente. Se l’impianto visivo e narrativo è inusuale, la coppia di protagonisti è invece piuttosto classica. Malcolm (John David Washington) è un regista cinematografico, che venera i maestri della cultura black come Spike Lee, ed è reduce dall’anteprima del suo primo vero capolavoro, un assicurato successo di critica. È ambizioso, spesso narcisista ed egoriferito come tutti gli artisti, odia i critici e giornalisti incapaci di cogliere ogni singola sfumatura del suo talento. Marie (Zendaya) è un personaggio più complesso, musa ispiratrice e compagna di Malcolm, con un nebuloso passato di tossicodipendenza, una carriera da attrice mai veramente decollata e tanti rimpianti alle spalle. Il litigio tra i due sembra scaturire da un dettaglio trascurabile, eppure comincia ad insinuarsi nelle pieghe del loro rapporto, a scavare nel loro passato. Mentre i due si muovono in continuazione per la casa, quasi marionette mosse sul palco di un teatro, ma ripresi con una serie di splendidi primi piani, non si arriva mai a dubitare che il loro amore reciproco sia reale. E questo perché il film riesce ad essere viscerale e non artificioso. Marie ci appare sensuale, irrazionale, infantile, conciliante, perfida. Malcolm incarna tutti i difetti che un uomo – per quanto intellettualmente elevato si creda – può mostrare in un litigio: riesce a mangiare voracemente nonostante le grida, diventa facilmente aggressivo e supponente, è però capace di chiedere scusa, di fare il primo passo. Sono in fondo personaggi che è facile amare, forse fin troppo: il racconto “in presa diretta” non lascia spazio a ripensamenti o al “non detto”, non lascia alle parole il tempo di sedimentare. Emerge una dinamica dove la discussione è così frequente che diventa lecito superare il limite e perdonarsi senza prendersi il tempo di elaborare, in uno scambio così rapido e vorace da creare ferite profonde che riaffiorano, senza preavviso, anche quando si credevano ormai superate. Le loro parole sono in grado di essere così taglienti e precise da risultare di una freddezza quasi ragionata, anche in preda all’ira sono capaci di cogliere le reciproche debolezze e di esprimerle con un’accuratezza tale da sembrare surreale. Forse troppo per essere personaggi reali, da cui potremmo aspettarci più impulsività e da cui sfocerebbe un discorso più disordinato.

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Laureato in Economia per Arte, Cultura e Comunicazione, ha una spiccata passione per il marketing cinematografico. Cresciuto a pane e Mostra del Cinema di Venezia, ha in Roman Polanski e Woody Allen i suoi maestri. Le Serie TV sono una passione più recente, da Mindhunter a Mr.Robot