fbpx
Ti sarà inviata una password per E-mail
Tempo di Lettura: 5 minuti

22 Luglio, Norvegia, 7 anni fa. Paul Greengrass racconta uno dei più brutali attacchi terroristici della storia norvegese (e dell’Europa tutta) e lo fa con uno stile ed un approccio tipicamente nordico. Seppur la vicenda ruoti attorno ad un gesto drammaticamente teatrale, il regista decide di inscenare nei soli primi 40 minuti il racconto della strage. Nei successivi 103 minuti esce la vera protagonista della vicenda: la forza di spirito norvegese.

Ma ripercorriamo brevemente la vicenda: siamo nell’estate del 2011 e un fanatico estremista di destra decide di portare avanti da solo una guerra contro la sua stessa nazione.

Alle 15.25 fa esplodere un’autobomba davanti al palazzo che ospita gli uffici del primo ministro, uccidendo 8 persone e ferendone più di 200. Quando il paese entra nel caos e in stato d’allerta, riversando uomini ed energie nel quartiere Regjeringskvartalet di Oslo, Anders Behring Breivik si dirige invece verso l’isola di Utøya, che in quel momento ospitava un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista.

Fingendosi dunque un poliziotto mandato dal governo, riesce ad ingannare gli educatori e a farsi trasportare sull’isolotto. Da lì inizia una vera e propria battuta di caccia: armato di fucili automatici e Glock insegue gli oltre trecento giovani che a quel punto si trovano in trappola. L’esito è da brividi, muoiono 69 ragazzi tra i 12 e i 20 anni e 110 rimangono feriti, la metà di loro in maniera grave. Quando la polizia, avvertita da alcuni dei malcapitati, si reca sull’isola è troppo tardi. Breivik, braccato, non oppone resistenza e viene arrestato.

Il film a questo punto, invece che raccontare linearmente il processo, intreccia alla storia del killer quelle di altre due persone.

Uno di loro, Viljar, è uno dei 110 ragazzi rimasti feriti nell’attentato, l’altro è l’avvocato che Breivik richiede espressamente prenda le sue difese.

La storia del ragazzo ripercorre tutta la lunghissima degenza ospedaliera e domestica, il percorso di riabilitazione fisica e mentale del ragazzo, che più volte è tentato di suicidarsi, non riuscendo a superare il dramma di aver visto i suoi più cari amici crivellati davanti ai suoi occhi, uno ad uno. Seppur la sua famiglia gli stia il più possibile vicino, non può fare a meno di sentirsi solo, perso nel dolore e nell’angoscia. Soltanto ponendosi l’obiettivo di arrivare a testimoniare contro il terrorista in tribunale, riesce a vedere uno spiraglio di luce in fondo a quel tunnel buio in cui è stato catapultato da quel maledetto 22 Luglio.

L’avvocato scelto da Breivik è invece un uomo per bene, scelto dall’omicida perché anni prima era stato il difensore di un altro esponente dell’estrema destra norvegese. Geir Lippestad, questo il suo nome, si ritrova a dover fare la scelta più difficile della sua vita: prendere le difese di un uomo che non solo lo fa rabbrividire, ma che agli occhi di tutta la nazione è il diavolo in persona.

Difenderlo in tribunale agli occhi dell’opinione pubblica lo farebbe risultare in un certo qual modo complice degli attentati che hanno messo in ginocchio il suo Paese. Lippestad però vive l’avvocatura non come una professione, bensì come una vocazione e accetta di essere il legale rappresentate di Breivik per tutto il corso del processo. Internamente vive però una lacerazione d’animo davanti alla totale assenza di sensi di colpa del suo assistito e al fatto che la sua famiglia inizi a ricevere minacce di morte da parte di ignoti sempre più di frequente.

Parlando di totale assenza di sensi di colpa, parliamo di Anders Danielsen Lie, interprete del carnefice con interpretazione magistrale permeata di lucida follia.

Il killer infatti giustifica le proprie azioni dall’inizio alla fine del processo, chiedendo espressamente di essere considerato sano di mente, seppur subito dopo l’arresto si proclami uno dei Cavalieri Templari e membro quindi di una organizzazione che di lì a poco avrebbe agito di nuovo (dichiarazioni che si rivelarono soltanto menzogne). Le sequenze del processo, con lunghi primi piani dell’attore, rendono tutta la drammaticità del personaggio che ha terrorizzato una nazione intera.

A fare da sfondo alla vicenda ci sono degli splendidi paesaggi nordici, magistralmente valorizzati da una fotografia a cura di Pal Ulvik Rokseth, anch’egli rigorosamente norvegese. Proprio la totale “norvegesità” del team rappresenta forse la pecca più grande del film: essendo un prodotto made in USA, la recitazione è totalmente in inglese ma espressa da interpreti non madrelingua con lo straniante effetto di sentire per tutta la durata del film un accento non proprio morbidissimo.

Paul Greengrass, pur essendo maestro dell’action movie (sua la trilogia Bourne e United 93), è riuscito a non cavalcare unicamente la lettura della violenza in un film che si sarebbe prestato benissimo anche solo in questa chiave. Si è scavato più a fondo all’interno degli animi dei protagonisti tutti e, più macroscopicamente, all’interno dello spirito di una nazione, in un film corale di grande respiro internazionale. Ah, la produzione è Netflix.

22 Luglio: su Netflix il racconto di una strage
5 (100%) 5 votes

Producer di professione e redattore per passione, vive con entusiasmo e curiosità tutto ciò che gravita intorno al mondo della settima arte. Amante dei festival cinematografici così come della comoda accoppiata divano-Netflix, era uno dei massimi esperti di binge watching ancor prima di sapere cosa volesse dire.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

La newsletter di RumoriFuoriScena è gratuita. Breve. Scritta da amanti del cinema per amanti del cinema.

Iscriviti alla newsletter!

Vai alla barra degli strumenti