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Il film narra la storia di Joe, un insegnante di musica appassionato di jazz che poco prima di realizzare il suo più grande sogno – esibirsi su un palco come pianista – preso da un eccesso di euforia, perde per un attimo il contatto con la realtà e muore per non aver evitato un tombino per strada. Proiettato in una dimensione ultraterrena, vedrà la sua storia intrecciarsi con quella dell’Anima 22, che, incapace di trovare un senso alla sua futura vita terrestre, ovvero quella che nel film viene chiamata la scintilla, rimane ferma in quel limbo destinato alle anime prima di fare la loro prima apparizione sul pianeta.

Questo incontro è lo strumento mediante il quale poter riflettere sul significato dell’esistenza: siamo immersi nel ritratto della società odierna, liquida e iper-cinetica, dentro un caotico quadro newyorkese dove tutti sono oppressi dalla frenesia degli eventi, che obbliga a non fermarsi mai e rincorrere i nostri sogni senza soffermarci sui dettagli. L’unico modo per Joe di riflettere davvero sulla sua esistenza è quello di provare a guardarsi dall’esterno, quasi mettendo in pausa lo scorrere del tempo.

Ed è questo processo di sdoppiamento che ci consente di comprendere lo scollamento tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo effettivamente diventati.

Prima di nascere infatti siamo dotati di dispositivi innati che servono da piloti automatici per accompagnarci nelle esperienze e che parallelamente ci caratterizzano e rendono unici, facendo emergere le nostre attitudini e propensioni. Crescendo, le nostre inclinazioni tuttavia si scontrano con la vita che conduciamo e in cui siamo involontariamente precipitati. Il film tenta di aprirci gli occhi, evidenziando il valore del libero arbitrio secondo cui ogni persona ha la facoltà di scegliere gli scopi del proprio agire e pensare al fine di soddisfare i bisogni e le esigenze individuali. Malgrado quello che ci viene insegnato, non sempre questi si traducono solamente nella realizzazione di obiettivi, ma anche nel processo di ricerca di noi stessi, un percorso in cui dovremmo essere liberi di perderci e poi ritrovarci.

Soul ci racconta una sequenza di costrutti psicologici in maniera semplice e alla portata di tutti, e lo fa rappresentandoli sullo schermo mediante dei personaggi animati, che aiutano lo spettatore ad immergersi dentro questa esperienza sensoriale. Infatti, come già era stato per Inside Out, dove le emozioni guidavano le decisioni della protagonista, vengono citati altri celebri concetti legati alla psiche, come il trauma della nascita, la predisposizione innata e l’inconscio collettivo. Questi tre temi integrati tra loro vengono simboleggiati dall’ante mondo, un luogo privo di riferimenti spazio-temporali che si trova tra la vita e la morte. Ed è proprio questo a rendere il nuovo filone di film prodotti dalla Pixar davvero innovativi: la capacità di mettere in scena quei fenomeni mentali che difficilmente possiamo definire proprio perché non sono oggetti concreti, ma che al contempo determinano gran parte della nostra percezione di tutto ciò che ci circonda.

A cura di: Anna Taglioretti

“Soul”: perdersi per ritrovarsi
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