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Da poco disponibili su Netflix, gli otto episodi finali della sesta e ultima stagione di BoJack Horseman completano l’opera di sgretolamento esistenziale a cui ci aveva abituato l’autore Raphael Bob-Waksberg.

Gli ultimi otto pugni nello stomaco che ci assesta questo meraviglioso colpo d’occhio nel baratro delle perturbazioni emotive dell’essere umano, nell’annientamento antidarwiniano della specie, l’apogeo dell’autodistruzione. Sì perché tutto quello che sta intorno a Bojack, lo sappiamo, finisce per diventare marcio: gli amici, i colleghi, gli amori tutti incastrati in questo vortice di devastazione che contagia l’anima e fa appassire le aspettative, tutti nessuno escluso. A questo ci ha abituato BoJack Horseman durante tutta la durata della serie: alla quasi totale mancanza di vitalità, alla castrazione di ogni idea felice che ogni tanto, come boccate d’aria fresca, bussano alla porta della lussuosa casa sulle colline di Hollywood della star di Horsin’ Around, ma che prontamente, vengono scacciate fuori alla stregua di uccelli paparazzi indiscreti.

Possiamo anche dire che sia presente in BoJack la voglia di risollevare una vita buttata dentro un frullatore elettrico, insieme ad anfetamine e vodka, perché almeno questo bisogna riconoscerlo, ossia il dono della consapevolezza. Purtroppo per lui BoJack è anche un mare di opportunità sprecate, di telefonate riattaccate, di sveglie interrotte, di diete e di corsette salutari mai fatte. Ecco che quella boccata d’aria che inizialmente speravamo di prendere, la pausa da questa personalità disfattista che speravamo di prenderci non si manifesta, anzi si intensifica e ci esplode davanti agli occhi senza possibilità di tornare indietro.

Questo è BoJack Horseman.

Figlio mal cresciuto da una figura materna anaffettiva, che evira cinicamente ogni tentativo di sfogo e di esternazione della sua personalità. Qualunque cosa pensa è sbagliato, qualunque cosa fa gli porta rimproveri e il bimbo che guardava meravigliato Secretariat, il mito di una vita, che sognava un giorno di diventare come lui, cavallo rampante e di successo, piano piano cresceva e piano piano stava germogliando dentro di lui il germe della distruzione auto e etero diretta.

Chiunque fosse cresciuto in questo ambiente sarebbe venuto fuori con almeno un po’ delle caratteristiche di BoJack, ecco perché ci piace, perché è straordinariamente umano. Non è difficile mettersi nei panni di BoJack Horseman e non è difficile essere tristi quando lui e le persone accanto a lui sono tristi, prioprio perchè la parabola depressiva disegnata dall’autore è un ritratto realista e quindi coinvolgente della psiche umana.

Tiriamo le somme.

Princess Carolyn trova l’amore e adotta una figlia; Diane prende 20 chili e combatte contro le sue crisi di nervi dovute ai continui blocchi dello scrittore, ma anche lei trova l’amore e per questo è felice; Todd prende in mano la sua vita, smette di vivere come un parassita sul divano di casa di altri e si trasferisce in una casa finalmente sua, con un nuovo lavoro e una nuova compagna. Cosa hanno in comune queste tre vite? L’allontanamento da quella figura ostacolante, intralciante, bloccante di BoJack Horseman. Fa male dirlo. Tutti avremmo un po’ voluto che il nostro cavallo protagonista trovasse qualcosa in cui credere per sempre, qualcosa che lo salvasse e lo redimesse da quella vita avvelenata. Ovviamente qualcosa stava brillando anche nell’ultima stagione, si è palesato qualcosa a cui aggrapparsi per miracolo, come una manna dal cielo: un posto come professore all’università. Altrettanto ovviamente anche questa volta BoJack non ci rimane aggrappato per tanto tempo, anche questa volta è precipitato nel blu della notte dell’ultima puntata.

Come noi.

BoJack Horseman mancherà a tutti
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Marco Panella

Quello che viene fuori dal suo percorso accademico è una combinazione tra Psicologia ed Economia. Mischia solitamente anche buona musica, letteratura e cinema in un vortice artistico che lo fa sentire vivo. Durante il weekend è facile vederlo combinare alcolici, a Milano, che ormai è la sua seconda casa. Calabro di origine, nutre profonda ammirazione per registi come Kubrick, Lynch e Fellini.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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