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A Cannes 2018 era di gran lunga il migliore in campo, ingiustamente rimasto a bocca asciutta nel palmares finale. Il 19 Settembre Burning di Lee Chang-Dong è uscito anche nella sale italiane, grazie a Tucker Film, e qua e là è ancora in programmazione, quindi sarebbe davvero un peccato mortale lasciarselo scappar

Vagamente ispirato a un racconto di Murakami, Burning è il primo film del regista coreano Lee Chang-dong in otto anni e racconta di un misterioso triangolo amoroso, formato da tre ragazzi che più differenti non si può, accomunati dalla difficoltà di far coincidere (la propria) apparenza e (la propria) realtà.

Uno dei tre è Jongsu (Ah-in Yoo), che sogna di essere uno scrittore e il cui autore preferito è Faulkner, perché ogni volta che ne legge un’opera “la sente sua”. Tutta l’esistenza di Jongsu è piuttosto confusa e in un certo senso, come le opere di Faulkner, gli “sembra sua” senza mai esserlo veramente, incastrata in strane relazioni, segnata da figure mancanti, costellata di spazi vuoti. Suo padre è nei guai con la legge per aver aggredito un altro contadino, sua madre è se n’è andata quando era piccolo.

Poi c’è Haemi (Jong-seo Jun), una ragazza con cui Jongsu è cresciuto e che all’inizio del film incontra nuovamente dopo anni, mentre balla fuori da un negozio e vende biglietti della lotteria. La fanciulla è per Jongsu quasi irriconoscibile, “chirurgia plastica”, si giustifica lei. Escono per bere e ricordare e finiscono a letto. La giovane donna, che ha sempre fame, ha studiato l’arte del mimo, dell’apparenza, quindi, e gli mostra alcune delle cose che ha imparato, ma forse tutta la sua vita è una dolorosa messinscena, a partire dal suo gatto, di cui ci sono delle tracce (la lettiera che si riempie, il cibo che si svuota), ma che nessuno vede mai e che forse è come il felino di Schroedinger, sospeso tra l’esserci e il non esserci.

Dopo “lui e lei”, c’è “l’altro”, che è Ben (Steven Yeun), un ragazzo che Haemi ha incontrato durante i suoi viaggi. Ben è bello, disinvolto, ricco in modo inspiegabile, dato che non ha una vera e propria professione, guida una Porsche e il suo appartamento è enorme e pieno di splendide opere d’arte, una specie di Gatsby – dice Jongsu – di Seoul.

Mentre nella campagna che divide Seoul dalla Corea del Nord – dove l’aria è trafitta dalla propaganda del regime di Pyongyang, urlata da un altoparlante, come se qualcosa di terribile si nascondesse dietro l’orizzonte – Ben coltiva il suo “hobby” di bruciare le serre, il menage a trois assume forme indecifrabili, i tre personaggi girano su se stessi, rispecchiandosi nei propri desideri, guardandosi con diffidenza, incerti se dietro il loro percepito ci sia il reale o semplicemente un buco.

Di ognuno di loro, Lee ci mostra un armadio contenente segreti, misteri (un raggio di luce riflessa, un coltello luccicante, un orologio di plastica rosa) che rimangono indici di qualcosa la cui stessa esistenza rimane imprecisato.

Intorno a loro, solo spazio vuoto e aria morta, mentre immagini e motivi si ripetono, creando un effetto frattale, ritualizzato dal fuoco: quello attorno a cui ballano i Boscimani del Kalahari raccontati da Haemi, quello dei vestiti della madre di Jongsu nel cortile di casa, un ricordo che ha  dall’infanzia, e quello delle serre in fiamme.

Ciò che lascia senza fiato di questo bellissimo lungometraggio di ritorno del maestro Lee è la tensione crescente che si avverte nell’incedere di questo perfetto e complesso meccanismo narrativo, una tensione strisciante che non è mai precisamente riconducibile a una situazione, ma che si respira come un tanfo insopportabile, accompagnata dalla percezione di una rabbia scoppiettante, il fuoco che arde sotto la cenere di un tessuto sociale, quello della moderna Sud Corea, disgregato, tragicamente asimmetrico e mortalmente occidentalizzato: mentre le classi povere hanno sempre fame, quelle inspiegabilmente ricche si divertono a guardare il mondo in fiamme. Dietro, c’è il nulla, in un film imperdibile, chiuso da un finale memorabile e sconvolgente.

Burning – L’amore brucia: lo splendido ritorno di Lee Chang-dong
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“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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