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Sottomano, passando per il comodo formato di Netflix, mi ritrovo un gioco della saga di Tekken o cantieristica da studio di regia, non ho ancora capito ad oggi che roba è. Love, Death & Robots ha molto da dire sulle strategie interne ed esterne del gigante Netflix. Più che una serie creata per appeasing e consumo, mi sembra più interessata all’underneath, a creare antologia della cultura visiva per i suoi utenti.

Scorrono le puntate e con esse una serie di incredibili armi visive, create ad arte per trafiggere lo spettatore e catapultarlo nel nel loro (o nel suo?) background cine-animatronico. Schegge impazzite dalle più disparate esperienze di regia: CGI, motion capture, anime, gameplay movie, 2D, 3D, connivenza fra attori animati e reali, e chi più ne ha più ne metta.

In tutto questo, il motto ‘Love, Death + Robots’ cucito all’inizio e alla fine degli episodi che ci introduce nel fantastico, e che alla fine ci riporta alla realtà.

Sono 18 viaggi, pillole di massimo 15 minuti,  visioni e abbozzi di un ucronico domani, brevi e raffinate rimostranze di stile. Perché no, ricerca e sperimentazione: un’opera cantieristica del genere, che ha coinvolto migliaia di professionisti in giro per il mondo e decine di case di produzione, come un fondo di ricerca istituito ad hoc per saggiare lo stato dell’arte nel campo dell’animazione seriale.

Sperimentando un ipotetico futuro dove ormai sci-fi, animazione e videogioco hanno unito le forze per convergere in un unicum. Ma i lettori più digitalizzati ed esperti sapranno già che tale convergenza verso l’uno è solo una bugia del determinismo tecnologico. Viviamo in un ambiente mediale più plurale che mai. Allora cosa ci stiamo trovando di fronte? Un ennesimo esperimento sul pubblico Netflix, appena dopo l’emblematico Bandersnatch, che fonde cinema e gaming con la comodità e la familiarità della piattaforma online con contenuti in serie?

Personalmente non credo, chiaramente il focus non è sul cosa, poiché i contenuti li riconosciamo dentro noi pescando dal nostro background visivo, piuttosto sul come vengono proposti.

La serie ideata dal regista David Fincher (Seven, Fight Club, The Social Network) e dal direttore creativo Tim Miller (Thor: Dark World, Deadpool) è plasmata su di un’unica ma chiara regola narrativa: tutto è concesso, per un fine superiore, l’idea. Il tema è: robot, sesso e ultra-violenza. Il resto è un ricercato esercizio di stile.

“L’arte è l’imposizione di un modello all’esperienza, e il nostro godimento estetico è il riconoscimento di tale modello”  [Alfred North Whitehead, filosofo e matematico, 1925]

Nel valutare un esercizio di stile la nostra comprensione incappa in un dilemma: è intuitiva e percettiva piuttosto che logica e razionale. L’orizzonte visivo è composto da una rete di associazioni costituita da elenchi e citazioni legati tra loro in modo intuitivo, i quali formeranno lo sfondo da cui emergerà l’argomento preso in esame. Un raffinato empasse di montaggio crossmediale.

In ogni caso, la chiave per comprendere qui è la sensibilità, la coscienza, l’apertura. Ben fa la regia a metterla a dura prova, sotto tortura, colpirla continuamente. L’estetica è viva e spesso ostile all’interpretazione, qui il metodo di comprensione è indiretto e solo occhi ben allenati al vortice di generi mescolati sa cogliere che cosa realmente si stia guardando.

Ecco perchè non è possibile giungere a valutazioni logiche di quest’opera; dovremmo, piuttosto, ragionare un attimo sulle percezioni raccolte da ciò che abbiamo visto, da quel senso di futuro e morte che ci coglie durante ogni episodio della serie, narrato con uno stile atto a trasmettere pienamente l’assoluta incertezza di quello che descrive.

Bisogna abituarsi a premiare questa incertezza come una qualità, e quando un artista ignora le domande che gli vengono poste, riesce ad evitare quello che è troppo logico, troppo simmetrico. Così non seguiremo quello che afferma la mente del pittore, ma il pennello stesso.

E così ogni studio d’animazione partecipante ha dato la sua personale interpretazione di tale binomio: futuro e morte. Più o meno riuscita, più o meno violenta, più o meno lontana dai canoni o sperimentale. Ognuno, nella sua libertà, ha osato. Il rifiuto di ogni struttura lineare come unico assunto di partenza ha permesso alle diverse tecniche di motion di inventare, innovare, proliferare, autodeterminarsi lontane da vincoli di budget, di mercato e di morale corrente. Netflix, come una pia madre, si è presa in petto oneri e responsabilità; il prodotto, spogliato degli imballaggi e protetto dalle aspettative classificatorie a cui ormai tutto è ormai noiosamente sottoposto, qui è puro contenuto.

Si può amare o si può odiare, non importa, ha come unica pretesa implicita quella di essere vista.

Ma che roba è Love, Death & Robots di Netflix?
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Mattia Soddu

Vive la propria vita come fosse un film, ne scrive per naturale conseguenza. Affetto da una seria forma di bipolarismo (pluri?) sin dai teneri natali, è capace di ridere a crepapelle per un horror come di piangere amaramente con un cartone animato. Cinico e bastardo al giusto grado. E’ brutalmente affascinato dal Giappone, non sa il perchè.

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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