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Da qualche giorno è uscito il film più bello di questo inizio 2019 e chi non lo ha ancora visto deve correre in sala!
Parliamo di Green Book e della commedia, tanto ricca di contenuti quanto “semplice” nel racconto, che ha stregato i Golden Globes e che si prepara a sbancare la notte degli Oscar.

[Sebastiano: Concordo, credo che per la lotta al Miglior Film se la giocheranno proprio Green Book e Roma. Il primo ha tutte le caratteristiche del film adatto agli Oscar, il secondo sarebbe un’importante apertura dell’Academy al cinema d’autore.]


Il film, ispirato ad una storia vera, si presenta come l’efficace combinazione fra il classico “road movie” e il meccanismo della “strana coppia”.
Ma questa e’ solo la base narrativa perché il film oltre alla linearità dell’azione (e in questo gli americani restano maestri) ha da offrire molto, molto di più.

Siamo a New York nel 1962 e il buttafuori del locale Copacabana Tony Vallelonga, detto Tony Lip, complici due mesi di chiusura del locale per ristrutturazione, sta cercando lavoro per poter pagare l’affitto.

Tony è italo-americano e i primi 15 minuti del film, che raccontano il suo mondo, il suo approccio scaltro alla vita e i suoi valori, ricordano le migliori scene di “Quei bravi ragazzi” di Scorsese.

[S: Era dai tempi di La Promessa dell’Assassino di Cronenberg che non vedevo Viggo Mortensen così nella parte: ha un talento speciale per i personaggi “popolari”, per chi emerge dai bassifondi, bastano due-tre scene per comprenderne tutto il vissuto.]


L’occasione giusta per Tony si presenta nella forma del famoso pianista jazz nero Don Shirley, detto Il dottore, che sta per partire per un tour di concerti nel profondo sud e ha bisogno di un autista. Siamo a tre anni dall’abrogazione delle leggi segregazioniste ancora in vigore negli stati ex confederati del sud e Tony diventa per Don l’uomo giusto per risolvere (a modo suo) i tanti problemi che l’improbabile due incontrerà nel viaggio.

 

Ma cosa è il Green Book?

Era una guida, una Lonely Planet del tempo, con i motel, i ristoranti e i negozi dove i neri del tempo erano ben accetti. Ed è lei in mano a Tony a guidare il duo in questo viaggio memorabile che da New York li porta in Louisiana attraverso tanti stati, che progressivamente rappresentano tutta la misoginia, l’omofobia e l’odio razziale presente negli Stati Uniti in quei tempi.

Il viaggio è innanzitutto un percorso di conoscenza fra i due. Don è istruito, multilingue, veste elegante e non sopporta la volgarità; Tony è l’esatto opposto: ignorante e volgare, usa le mani per mangiare e per difendersi.Conoscenza dunque, ma anche confronto e arricchimento. Le tante miglia fatte insieme, con Tony rigorosamente alla guida davanti e Don dietro con la sua coperta rossa sulle gambe, sono occasione di esilaranti (e solo talvolta drammatici) confronti.

Da una parte Tony riesce a smuovere Don dal suo snobismo, dal mangiare con le mani il pollo fritto del Kentucky all’importanza dei cantanti neri come Little Richard.
Dall’altra Don può indicare a Tony la strada verso la “rettitudine” passando dal più semplice non gettare un bicchiere dal finestrino al più profondo “non vinci con la violenza ma quando mantieni alta la dignità”.

[S: “Dignitoso” è l’aggettivo perfetto per descrivere il personaggio di Don, di cui si intuisce il passato tormentato, ma sempre dietro ad un velo che sembra non poter essere penetrato. Grande prova di Mahershala Ali, da non sottovalutare…]

Tappa dopo tappa, dal rapporto di lavoro nasce un rapporto di rispetto, lealtà e poi amicizia che, attraversando le reciproche differenze, aiuterà entrambi a diventare uomini migliori.

Un viaggio tanto difficile è per Don un modo di dare un segnale (come Martin Luther King faceva nelle piazze) a costo della sua stessa incolumità.
“Sai perché Don non è rimasto a farsi adorare dai ricconi di Park Avenue al triplo dello stipendio?” dice un musicista del terzetto a Tony; “Perché per cambiare i cuori delle persone ci vuole coraggio!”.

E lo stesso coraggio di Don lo hanno avuto gli autori nella scelta, unica visto il tema, di usare soprattutto la chiave ironica per veicolare il rispetto delle diversità, per invitare a guardare l’altro con curiosità e per ribaltare i pregiudizi.
E questo è il grande punto di forza del film: un perfetto equilibrio fra la leggerezza liberatoria della risata e la profondità di una parabola sulla tolleranza.

[S: Questo è un ottimo metro per valutare la potenza di un film: è riuscito a stimolare in  voi una riflessione senza forzarvi, non costringendovi a prendere una posizione ma lasciandovi liberi di usare la testa? Se sì, avete visto un grande film, e vi rimarrà per sempre]

Veniamo al discorso Oscar: il duo di interpreti è pazzesco tanto che sono entrambi candidati per la statuetta.

Viggo Mortensen, ingrassato di venti chili e lasciati ormai da tempo i panni di Aragorn de “Il signore degli anelli” è magistrale nel sottolineare in ogni espressione la forza di chi è stato, o forse è ancora, membro di una minoranza, e ha reagito con la determinazione di chi non vuole più subire.
Mahershala Ali, già Oscar in “Moonlight”, è altrettanto bravo nel comunicare l’inquietudine di un uomo irrisolto ma pronto a credere in un futuro migliore.

Memorabili e perfette, per sancire la complementarietà delle due interpretazioni, le scene in cui Don insegna a Tony la sintesi ed il romanticismo nelle quotidiane lettere alla moglie.

Tutti i caratteristi, la ricostruzione degli ambienti, degli abiti e la musica sono un ulteriore pregio del film, perfetto nel riportare lo spettatore all’inizio degli anni ‘60.

Senza spoilerare più di tanto, il finale del viaggio, con il ritorno a casa la sera della vigilia di Natale, è alla Frank Capra. Qualcuno potrà dire che l’happy end fa box office o è quasi sempre tipico della commedia americana. Ma qui c’è di più ed è un segnale preciso: il mondo è fatto di uomini, e solo accogliendo le reciproche differenze è possibile godere il meglio che la vita ci offre in termini di sentimenti ed opportunità.

Meditate gente meditate!

“Green Book” è pronto per sbancare agli Oscar?
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Pubblicitario per professione e abbonato “da sempre in prima fila” alla poltrona per cinema e TV. Da 40 anni divora ogni cosa di celluloide e ha eletto Lost come serie della vita. Parafrasando Parenthood: per lui quando si spegne la luce in sala o a casa “Tutto può succedere!”

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia..”

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