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Per non lasciarci orfani nel 2019 con la fine di Game of Thrones, il Re Mida delle emittenti televisive statunitensi, HBO, si porta avanti con la creazione di un altro prodotto destinato a diventare oro: Westworld.

Dallo spessore psicologico decisamente elevato e dal cast stellare, la serie si guadagna il favore del pubblico con la prima stagione e mantiene l’interesse dei suoi seguaci con la seconda, seppur provocando ogni tanto qualche sbadiglio.

Questa serie è l’estensione televisiva dell’omonimo film del 1973. Scritta a quattro mani da Johnathan Nolan e sua moglie Lisa Joy, per il momento ci ha intrattenuto con due stagioni consecutive promettendocene altre cinque. La struttura centrale della trama per la prima e gran parte della seconda stagione è rimasta quella del film.

In un futuro non troppo lontano la Delos Inc, colosso dell’intrattenimento, ha creato alcuni giganteschi parchi tematici popolati da automi estremamente umanizzati, sia nell’aspetto che nell’animo. Essi sono a servizio del visitatore e, come degli attori che interpretano la loro parte in maniera ossessiva, ogni giorno ripetono le stesse azioni, spinti dalle stesse volontà, senza avere ricordo del giorno precedente. Un filo d’erba, un serpente o una tribù indigena: sono tutti burattini computerizzati che intrattengono il visitatore e interagiscono con lui secondo un codice preimpostato. I parchi si dividono quindi tra residenti e ospiti, tutto è verosimile ma non reale: gli ospiti possono prendere le redini o seguire la linea narrativa proposta dal parco e possono sparare, stuprare o rapire i residenti che, inermi, sono costretti a soccombere.

Ed ecco che il binomio sesso e morte tipico di HBO si incontra perfettamente con l’intento narrativo.

La serie esordisce facendoci scoprire pochissimo alla volta le dinamiche all’interno del primo parco, il cui tema portante è il Far West. Si gioca ai cowboy e si stuprano donzelle impaurite, tra una rapina alla banca e un inseguimento a cavallo.

I robot interagiscono con i propri creatori, che fungono da ingegneri ma anche da psicologi nella risoluzione dei traumi complessi: dopo un atto violento, il robot viene risanato sia fisicamente che mentalmente e riportato, tramite il sogno, a uno stato di quiete. I laboratori sono caustici ma sempre in movimento, operativi nel gestire nuove nascite e migliorare i modelli obsoleti. Le nascite seguono schemi vitruviani di perfezione, e la stratificazione delle emozioni diventa necessaria per creare un’ intelligenza emotiva il più possibile fedele alla realtà.

Tutto sembra confluire nella solita trama dove le macchine, acquisendo consapevolezza, sostituiscono l’uomo, o peggio lo vogliono annientare.

Ma non fatevi ingannare, è molto peggio di così. In questo caso si è sempre in bilico nell’imputare le colpe a qualcuno.

Si sospetta di tutti, eppure questa fame di puntare un dito su un colpevole fisico non viene mai saziata. Si parteggia a tratti per l’uomo e a tratti per la macchina. Il burattinaio che tira i fili sembra non esistere, ed è tutto un sottile gioco tra filosofia e dialettica. Stando molto attenti a non contraddirsi, i personaggi mettono in atto dei solenni dialoghi esistenziali sulla vita, la morte, il bene e il male, tirando sempre in mezzo quel Dio creatore che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza.

Tutto questo magnifico potenziale, pregno di riflessioni e di aforismi, si perde in una narrazione dai tempi biblici. In aggiunta a una disomogeneità temporale della trama, che genera sicuramente smarrimento nello spettatore (ricordiamoci che Johnatan Nolan è colui che ha scritto Memento), la serie non risulta leggerissima e non si presta affatto a essere vista tutta d’un fiato. Anzi, per apprezzarne e coglierne molteplici sfumature sarebbe bene rivedere più volte alcuni episodi.

 Il concetto chiave che viene ripetuto come una litania è: “Le gioie violente hanno violenta fine”, una frase tratta da Romeo e Giulietta di William Shakespeare, che esorta ad amare con morigeratezza ma che è totalmente usucapita e stravolta in un banalissimo “rendere pan per focaccia”.

C’è da riconoscere però che andando per sottrazione ne emerge una bravura magistrale degli attori.

Soprattutto di Evan Rachel Wood, che interpreta Dolores Abernati, la figlia del fattore e una delle prime residenti del parco, sottoposta a numerosi esperimenti di verosimiglianza. Dolores  è la prima a cui vengono innestate le così dette “ricordanze”,  che comprometteranno la natura servile delle macchine. Bravissima a scindersi tra macchina ed essere umano: ogni tanto ci si perde nei suoi occhi vitrei e privi di vita, altre volte si percepisce il calore dei suoi sentimenti.

Assieme a lei troviamo Anthony Hopkins e Ed Harris, che non sono semplici comparse messe lì per richiamare pubblico, bensì personaggi dai tratti psicologici estremamente ben delineati. Hopkins (nella sua zona di comfort) interpreta un creatore sadico e geniale, Harris è perfetto nel ruolo del vecchio cowboy solitario e burbero.

La serie perde di godibilità man mano che approfondisce tematiche molto difficili.

Le serie TV, si sa, devono rispettare dei canoni (banalmente: terminare con un colpo di scena per mantenere vivido l’interesse negli episodi successivi) e, siccome i personaggi principali sono tanti, nell’arco temporale di un ora e mezza ( durata in media di ogni episodio) bisogna seguirli tutti. Ogni tanto si ha proprio l’impressione di essersi persi in un labirinto: la trama è frammentata da flashback e il montaggio non aiuta lo spettatore a ricostruire la narrazione.

Ci si ritrova a osservare qualcosa che accade senza identificarsi in qualcuno. Questo però non è dovuto a una superficialità nella scrittura dei personaggi, ma è piuttosto insito nella loro duplice valenza, positiva e negativa. Il minimo comun denominatore sia delle macchine che degli uomini è la ricerca della libertà o della felicità, che in questo caso si fondono suscitando un senso di irrequietezza in tutti i personaggi.

Se dovessimo dare una forma a questo tipo di scrittura narrativa, essa sarebbe un frattale, che aumenta la sua superficie pur rimanendo uguale a se stesso.

Ogni tanto la trama sembra sfociare nel complottistico e finalmente far emergere il cattivo rivelandone la sua natura, ma per il momento la soluzione finale sembra lontana. Per questa ragione il primo paragone con Game of Thrones viene spontaneo, ma è ancora presto per giudicare. Per ora… armiamoci di pazienza e di caffè e stiamo a vedere.

Westworld: l’anti binge-watching che ha sfidato Netflix
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Laureata in design della moda, appassionata lettrice, ricerca sempre quel dettaglio che faccia la differenza. Il suo film preferito “da piccola” era Nightmare before Christmas, il suo film preferito “da grande” è Arrival. Sognatrice ad occhi aperti seriale, spesso immagina di ritrovarsi sul set di un film con Alfred Hitchcock, Milena Canonero, Jack Nicholson e Cher.